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La metamorfosi dello spazio
Ci sono luoghi che ti parlano al cuore; ci sono luoghi che, indipendentemente da ciò che è ritenuto comunemente bello, ti emozionano e ti entusiasmano.
Non so dire per quale strana sorta di incantesimo quel giorno del 2000 un vecchio ciabot (parola piemontese usata per indicare una tipica abitazione rurale di modeste origini e dimensioni) all’uscita della Cavallotta di Savigliano ed immerso nei frutteti mi è sembrato mi stesse aspettando.
Io credo che certe architetture abbiano uno spirito, che spesso non ci si sforza di comprendere e conoscere …come conseguenza le trasformazioni si rivelano atti di violenza e nessuna di queste potrà portare come risultato ad una casa BELLA, se alla fine non si avrà la sensazione che essa dialoghi con te dandoti di volta in volta senso di protezione, di calore, di gioia o anche di tristezza e di sofferenza.
Insomma quel giorno è stato “un incontro” ed il passare di camera in camera era un entrare nel “ventre” di un essere delicato, complesso e che tanti si erano rifiutati di ascoltare: geometri che avrebbero distrutto tutto tranne minime parti di involucro esterno, imprese e manovali presi dall’affanno di fare metri di muri, metri di intonaco, metri di cemento, etc.
NO… non può essere così … ogni spazio mi raccontava una storia, un’identità celata da polvere e la vita delle persone che qui avevano abitato… non potevo cancellare tutto e quel giorno c’è stato un giuramento tra me e la casa della Cavallotta: io avrei dovuto sforzarmi di ascoltare il sussurro delle pietre, dei muri per farmi guidare nelle scelte nel pieno rispetto del luogo, portando il mio gusto e la mia visione contemporanea delle cose.

Da allora sono passati 7 anni, di cui due di logoranti discussioni in cantiere, ma oggi io mi emoziono come la prima volta.
E’ cambiato tutto, ma tutto è ancora lì come l’ho trovato. A volte mi perdo con lo sguardo nei solchi tarlati di qualche trave o di una porta e mi sorprendo dell’incontro tra il vecchio ed il nuovo. Sono Soddisfatto!
Tanto lavoro rimane da fare e forse alcuni errori sono stati fatti, ma credo fortemente di avere dato un contributo (seppur minimo) per fare capire che l’ambiente, il territorio e l’architettura devono essere rispettati e per fare questo occorre una sensibilità diversa rispetto a quella di coloro che si accontentano di qualche lacerto di mattone a vista (magari nuovo ed antichizzato), travi in legno (magari lamellare) e finti archi di incomprensibile gusto per poter affermare di avere lavorato in nome della tradizione… se la tradizione c’è di certo loro non l’hanno capita!

Questo racconto non vuole essere un modo auto-referenziale di commentare un intervento, ma la volontà di condividere un’esperienza nella speranza che si impari ad essere più sensibili.

Giorgio Baravalle.

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